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Dentro Playground. Creatività, metodo, relazioni.

Per la nostra rubrica “Dentro Playground” abbiamo fatto due chiacchiere con Cristina Gottardi, Design Lead di Playground.


Che tipo di approccio ha Playground al digitale?

Negli anni abbiamo capito che il digitale funziona davvero quando c’è una buona relazione alla base, sia con i clienti sia tra i team. Qui cerchiamo sempre di unire creatività e concretezza: le idee non devono essere solo belle sulla carta, devono funzionare, essere accessibili e portare valore reale. È una visione semplice, ma ci guida in ogni progetto.


Com’è lavorare con il team creativo?

Ogni progetto è diverso, quindi il nostro lavoro cambia sempre. Lavorare nel team creativo di Playground significa confrontarsi con “anime” diverse, unite dalla passione per il design e la creatività. Ci sono progetti più strutturati e ripetitivi, che richiedono attenzione ai dettagli e precisione, ma sono fondamentali per costruire basi solide. Poi ci sono quelli dove lo spazio di azione è più ampio, dove possiamo sperimentare, provare idee nuove e metterle alla prova. Questa varietà mantiene il lavoro stimolante e permette a ognuno di imparare continuamente, confrontandosi con competenze e approcci differenti.
Si cerca di far sì che i team di design, sviluppo e project management parlino la stessa lingua. Non si tratta solo di task: bisogna capire cosa funziona per l’utente, cosa è realizzabile e cosa rende l’esperienza davvero efficace.


Come lavorano insieme team creativi e team tecnici?

Design e sviluppo parlano lingue diverse, ma la cosa bella è quando riescono a mettersi sullo stesso piano. Per questo ci ritagliamo momenti di confronto, piccoli workshop interni, review e discussioni molto pratiche sui progetti.
Non sono formalità: servono a far dialogare logiche diverse. Chi si occupa di design impara cosa serve per far funzionare bene un’idea, mentre chi sviluppa capisce cosa rende un’esperienza ottimale per un utente. Se riusciamo a alimentare questo dialogo, raramente il progetto disattende le aspettative delle due parti.


Che ruolo ha l’inclusione nel design?

Qui parliamo di digital accessibility e design inclusivo. Da sempre prestiamo attenzione a creare esperienze pensate davvero per le persone, perché possano usarle senza barriere e con facilità. Con l’entrata in vigore della normativa europea a giugno 2025, abbiamo già maturato un approccio consolidato: non è solo un obbligo, ma una cura per garantire che le nostre soluzioni digitali generino valore reale per tutti gli utenti. Non è perfetto, ma la nostra attenzione ad accessibilità e inclusione fa parte della progettazione quotidiana. Stiamo lavorando costantemente per migliorare il nostro approccio e la nostra conoscenza.


Qual è il designer “tipo” che scegliamo?

Il designer “modello” non esiste: per noi conta la curiosità, la capacità di collaborare e di unire tecnica e visione. Ogni persona porta il suo stile, le sue competenze e la propria prospettiva, e tutte insieme queste diversità diventano la tavolozza con cui costruiamo i nostri progetti.
Ci piacciono le persone che sanno comunicare, dare e ricevere feedback, mettersi in gioco e uscire dalla propria comfort zone quando serve. Ma sempre con un occhio alla concretezza: non basta “disegnare” bene: è fondamentale chiedersi sempre il “perché” di ciò che stiamo progettando, pensare agli obiettivi ed alle strategie in cui si colloca il progetto, e trasformare le idee in valore concreto, con esperienze digitali efficaci, utili e coinvolgenti.


Come si mantiene l’equilibrio tra creatività e concretezza nei progetti?

La creatività è il motore del nostro lavoro, ma da sola non basta: va sempre compensata con buon senso e un certo rigore metodico. Il trucco è partire dall’utente e dagli obiettivi reali del progetto e del cliente. La creatività certo propone soluzioni nuove e stimolanti, ma occorre che siano sempre tangibili e misurabili. Qui discutiamo, sperimentiamo, testiamo e ripensiamo tutto continuamente. Non è un processo lineare, ma funziona quando c’è dialogo costante, ascolto e rispetto per le competenze di ciascuno.
Spesso la creatività, che è una dote innata, si sprigiona in automatico. Ti capita, ad esempio, di pensare al redesign di un e-commerce nelle tue corde, di immaginare flussi sperimentali, animazioni all’ultimo trend, esperienze completamente fuori dagli schemi. Poi arriva il brief: obiettivi di conversione, target poco digitale, vincoli tecnici o di business, che richiedono un approccio più conservativo.
È l’equilibrio a bilanciare l’equazione: capire come adattare le idee più audaci senza perdere valore, semplificare i flussi, rendere le scelte più chiare, ottimizzare le performance. Qualcosa si ridimensiona, qualcosa si pospone, ma tutto contribuisce a costruire un’esperienza funzionale e di valore.
La creatività funziona quando accetta di confrontarsi con i vincoli e trasformarli in parte del progetto.


Quali sono gli strumenti più usati nel quotidiano di un designer?

Usiamo software di progettazione e prototipazione, certo, ma ciò che conta davvero è il processo: wireframe, prototipi, test di usabilità, workshop con team e clienti. Che sia per progetti interni o di clienti, seguiamo le linee guida di brandbook condivisi, rimaneggiati e aggiornati. Documentiamo comportamenti, casi d’uso, eccezioni in modo tale da poter educare alla declinazione qualsiasi designer.
Non si tratta di avere il tool “perfetto”, ma di avere un metodo chiaro: condividere, testare, correggere rapidamente. Così tutto diventa accessibile a tutti, si evitano perdite di tempo e la creatività resta sempre guidata da una base solida. Strutture e modelli chiari riducono errori, sforzi inutili o eccessi di zelo, senza mai soffocare la libertà di sperimentare. In questo modo ogni designer può creare liberamente, ma anche lasciare al team spunti pratici e guide utili per tutti.
La formazione nel team è continua e in Playground si attua tramite un concetto semplice: learning by doing. Siamo designer, naturalmente predisposti a fare e disfare, pensare e poi abbozzare idee, associare logica a istinto creativo. La nostra capacità di trovare soluzioni visive per guidare l’utente all’uso di ogni prodotto o servizio digitale va costantemente allenata. Il team creativo organizza workshop interni, momenti di confronto e aggiornamento su temi trasversali come design accessibile, nuovi tool e software di animazione, AI generativa,… Chi impara qualcosa di nuovo lo condivide con gli altri, così tutti cresciamo insieme, cerchiamo di essere interscambiabili. L’approfondimento verticale delle competenze di ciascuno, condiviso attraverso il dialogo e l’ascolto, consente al reparto di adottare un approccio completo e professionale.


Qual è la cosa che ti piace di più di Playground come Design Lead?

Sono sempre in cerca di nuovi stimoli e di uno spazio dove sentirmi libera di sperimentare.
In Playground puoi proporre idee, validarle o smentirle tramite test tecnici o il consiglio giusto dalla persona giusta; sbagliare e continuare a imparare sono una prassi, e l’assenza di giudizio lo rende un ambiente di lavoro sempre accogliente. I team sono di supporto quando si alza la mano in un momento di difficoltà, e anche se non siamo infallibili, ogni progetto offre la possibilità di creare qualcosa che migliori la vita delle persone: che sia per rendere più semplici le loro azioni o per intrattenerle con esperienze dove i dettagli fanno la differenza nel design.

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